Melfi, 1528. La città che non dimentica
Ogni anno la storia ritorna tra le strade di Melfi. Non come ricordo, ma come qualcosa che sembra ancora vivo.
Ci sono giorni in cui una città sembra appartenere al presente.
E poi ce ne sono altri in cui basta attraversare una porta, sentire il suono di un tamburo o scorgere una figura in abiti d’epoca perchè il tempo sembri improvvisamente dissolversi.
La Pentecoste di Melfi è uno di quei giorni.
La rievocazione storica riporta indietro la città al 1528, a uno degli episodi più drammatici della sua storia: l’assedio e il sacco di Melfi durante le guerre che sconvolsero l’Italia del Cinquecento.
Oggi quelle vicende tornano nelle strade attraverso costumi, cortei, combattimenti, bandiere e volti.
Fotografarle significa cercare qualcosa che vada oltre la semplice documentazione.
Significa provare, per qualche istante, a far scomparire cinque secoli.
Il 1528. Quando la storia attraversò le mura di Melfi.
Nel maggio del 1528 Melfi si trovò coinvolta nello scontro tra le grandi potenze europee che combattevano per il controllo del Regno di Napoli.
La città fu assediata dalle truppe francesi guidate da Odet de Foix, visconte di Lautrec, e dopo la conquista subì un violentissimo saccheggio.
Un episodio rimasto profondamente legato alla memoria storica della città.

Il ritorno: Cinque secoli dopo, Melfi torna al 1528.
Poi arrivano i tamburi.
Le strade cambiano volto.
Compaiono armature, vessilli, dame, soldati e cavalieri.
Per qualche ora gli elementi della città contemporanea sembrano arretrare e il centro storico diventa il palcoscenico naturale della propria memoria.
Non è soltanto una rievocazione.
E’ una città che decide di raccontare nuovamente se stessa.



La storia, prima di tutto, ha un volto.
Dietro ogni abito, ogni armatura e ogni personaggio c’è una persona che per qualche ora accetta di appartenere a un’altra epoca.
E’ lì che cerco la fotografia: nel momento in cui la rievocazione smette di sembrare una rappresentazione e, attraverso uno sguardo, diventa credibile.

Tamburi. Bandiere. Polvere.
Il rumore arriva prima dell’immagine.
Tamburi, passi, metallo, bandiere che attraversano l’aria.
Fotografare la Pentecoste significa entrare nel caos e aspettare quell’istante in cui tutto, per una frazione di secondo, trova il proprio ordine.

Melfi, una città dentro la propria storia.

Forse è questo che rende la Pentecoste di Melfi così particolare.
La storia non viene ricostruita dentro uno spazio artificiale.
Accade negli stessi luoghi che ancor oggi appartengono alla città.
Le pietre diventano scenografia. Le strade diventano racconto. E Melfi stessa diventa protagonista.
La storia finisce.
La memoria resta.
Ogni generazione eredita delle storie.
Alcune vengono scritte. Alcune vengono raccontate.
Altre continuano a vivere attraverso le immagini.
Daniela Sasso – Cinematic Storyteller














